Un processo per colpa medica che non s’ha da fare!

Un processo per colpa medica che non s’ha da fare!

Lo sfogo dell’avvocato della parte offesa all’autentica resistenza giudiziaria posta in essere da periti e PM. Uno sfogo che nasce dalla lettura dell’articolo pubblicato su queste pagine il 9-5-18 

Gentile Direttore Galipò,

In un percorso che non esito a definire di autentica resistenza giudiziaria, in cui alle consulenze tecniche svolte per conto delle Procure hanno fatto seguito pedisseque richieste di archiviazione, tutte nella sostanza respinte dai Giudici che le hanno vagliate, ho fatto uno sforzo per comprimere la tentazione di scrivere fuori dal procedimento della morte per omicidio colposo di quel ragazzo.

Così, dopo cinque lunghi anni (la prescrizione del delitto è prossima), le Sue osservazioni mi hanno indotto ad uscire dal rimuginio di pensieri per scrivere il mio punto di vista che è il punto di vista del difensore della persona offesa padre della vittima di quell’omicidio colposo.

La ricerca incessante della conoscenza delle cause della morte e, in una parola della verità, in eventi del genere, è l’unico spiraglio di luce che assiste chi ha subito una perdita così innaturale; nessuno può pensare che la vittima di un delitto colposo si trasformi da persona in mero “ capitale umano” materia di assicurazioni o di risarcimenti in denaro.

La richiesta di verità e di giustizia alla Magistratura penale corrisponde infatti all’idea, eticamente apprezzabile, che eventi come quello avvenuto a S. non possano trovare accertamento se non nei confronti della collettività in un processo pubblico sotto il controllo di tutti.

La morte di un uomo addebitabile a colpa non può rimanere un fatto privato che si risolva con l’esborso risarcitorio ma, nell’animo dei congiunti deprivati del loro caro, è finalizzata alla conoscenza delle ragioni e degli errori commessi affinchè ciò che è avvenuto non si ripeta mai più nei confronti di altri soggetti. ‘

Ma cosa è accaduto a S?

È accaduto che il giovane, dopo un serio intervento chirurgico ad opera di un esperto neurochirurgo, nel decorso post operatorio di un “eccellente” reparto di anestesia e rianimazione non sia stato curato con la diligenza e la perizia propria delle leges artis e siano stati commessi errori gravissimi di diagnosi, di clinica e di metodo.

Eseguita una tracheotomia per facilitare la respirazione, i sanitari non si sono avveduti nel decorso di oltre un mese che per un errore commissivo nella esecuzione della stessa, era stata provocata una lesione della pars membranacea della trachea, che non diagnosticata né riparata nonostante i segni clinici e le manovre di riposizionamento descritte in cartella, ha condotto alla formazione di una fistola tracheo esofagea proseguita fino all’aorta

La fistola ha determinato la lacerazione a tutto campo dell’aorta determinando una emorragia inarrestabile che ha provocato il decesso.

Vi è prova che i sanitari non abbiano riconosciuto il tramite fistoloso visibile dalle varie TAC effettuate e mal refertate e che non abbiano riconosciuto la particolare conformazione dell’aorta del giovane a doppio arco, visibile e riconoscibile dai referti sottoposti ai radiologi e agli anestesisti; ciò ha accelerato, come è noto nella letteratura medica, il processo di progressione della fistola dalla trachea attraverso l’esofago fino all’aorta determinando la morte.

Tutti i consulenti medici incaricati sia dalla Procura che dagli indagati, hanno riconosciuto la causa efficiente della morte, nel senso che se la fistola fosse stata individuata e riparata il decesso non sarebbe avvenuto; ma nessuno, tranne i consulenti della parte offesa hanno scritto a chiare lettere che vi fu, come vi fu, grave e protratta imperizia e forse anche negligenza nella diagnosi e nella cura ad opera di ben due nosocomi.

Insomma, un rimpallo improprio in fase di indagini durato troppi anni tra pm e giudici che hanno correttamente respinto le richieste di archiviazione ma a cinque anni dal fatto a nessuno è venuto in mente che poiché la querela non è infondata come sostenuto dai Giudici, “s’ha da fare il processo” penale. Si, “s’ha da fare” o si sarebbe dovuto fare, perché anche l’omicidio colposo per responsabilità medica, è e rimane, nelle strette maglie di leggi che prevedono cause di non punibilità di oscura interpretazione, pur sempre un delitto contro la persona.

E perché alcuni errori a differenza di altri sono fatali e dopo di essi c’è la morte anche se si hanno solo 18 anni.

Ci si è imbattuti in un sistema che esige che la responsabilità per colpa medica venga risolta attraverso il ricorso alla giustizia civile e gestita dalle assicurazioni; – si blatera- per evitare quella “ bestemmia” che è la medicina difensiva, una contraddizione in termini con i canoni ippocratici!

Questo sistema è stato voluto ed in parte attuato dal Governo e dal Parlamento che hanno emanato leggi limitative della responsabilità per colpa ma è un sistema che ha pervaso anche l’interprete delle leggi cioè la Magistratura e soprattutto la magistratura inquirente che spesso si accontenta di suggerire una “ strada “ più sicura per le parti offese, una strada a mio avviso non sempre rispettosa del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale anche quando il ricorso ad essa è inevitabile.

Ho sentito capi di Procure importanti affermare sui giornali che sono diminuiti i casi penali di responsabilità medica.

Condividerei questa affermazione se, alla diminuita casistica corrispondesse una maggiore diligenza e perizia negli ospedali pubblici e privati. Ma purtroppo alle eccellenze e alla abnegazione di tanti esperti e competenti professionisti fa da contraltare una pletora di sanitari e ancor peggio di strutture che nella persona malata riconoscono un numero, un posto letto occupato o da occupare, e che di fronte all’errore / fatale e alla grave imperizia, credendo essi di essere vittima, si avvalgono dell’aiuto, spesso vera e propria solidarietà, di colleghi consulenti.

Anche nell’interesse di molti medici che giornalmente e con abnegazione sacrificano il loro tempo per la causa più nobile dell’umanità e cioè curare e dare chances di vita ai loro pazienti, anche per costoro, è auspicabile che le esigenze di accertamento delle responsabilità medica non vengano occultate o minimizzate attraverso il ricorso ad una logica di casta o classista perché il problema della malasanità è il problema dei meccanismi che regolano la nascita ed il proliferare di centri di cura della salute e di tutto ciò che intorno ad essi si muove. E ciò non è affare privato ma bene pubblico da proteggere se del caso anche attraverso l’extrema ratio della sanzione penale.

Nel caso che ci occupa, ancora sub judice in fase di indagini,. quel ragazzo e i familiari che l’hanno perduto per colpa d’altri, attendono verità in contraddittorio, non che sulla vicenda cali il sipario dell’archiviazione a fronte di evidenze così macroscopiche che avrebbero già da tempo imposto la celebrazione di un processo. Il silenzio sulla vicenda è stato assordante. Nessun organo di stampa ne ha parlato perché talune strutture sanitarie sono o sembrano apparire “santuari di inaccessibilità” anche nelle città più evolute del Paese.

La ringrazio infinitamente per aver posto pubblicamente interrogativi sul caso.

Maria Rita Cicero, avvocato della parte offesa

(Foro di Messina)

(Fonte: ResponsabileCivile.it)

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